Rileggendo "L’Unico e la sua proprietà"
La critica di Max Stirner, al pari di quella giuspositivistica, mirando alla dissoluzione di ogni valore assoluto, riconduce la costruzione dell’esperienza umana ad un atto di volontà dell’individuo, il quale, irriducibile ad ogni metafisica tradizionale e ad ogni tipo di autorità ereditaria, crea e ricrea la propria esistenza e il mondo in maniera autonoma ed incondizionata. In questo senso, la matrice non-cognitivistica comune sia al pensiero stirneriano che a quello giuspositivistico – oltre a denunciare il fondamento tipicamente universalistico ed oggettivistico del giusnaturalismo, sempre volto ad annullare il punto di vista del soggetto e a determinare aprioristicamente quali valori e quali regole di vita egli è tenuto a seguire – fornisce l’occasione per una sorprendente quanto affascinante svolta vitalistica e materialistica, “all’insegna di una ontologia costruttivista, la quale, propugnando una concezione affermativa dell’essere, mira alla distruzione dei valori esistenti e alla continua creazione autonoma di nuovi valori”.
“Supponiamo […] che una persona qualsiasi (non importa chi) abbia dato esecuzione al suo giudizio (perché si tratta di un giudizio e del suo giudizio). Bisognerà dire allora che si è alla presenza di un autentico fenomeno giuridico. Bisognerà dire che la sua volontà fa legge, che essa è la sola ed unica fonte del diritto in questione e che questo diritto è davvero diritto e non violenza. Si può negare questa affermazione solo contrapponendo […] un giudizio fondato sull’idea di una giustizia valida per sempre e universalmente, fondata cioè sul «diritto naturale». Ma questo «diritto» ancora non esiste”. E’con questo esergo di Alexandre Kojève in Linee di una fenomenologia del diritto (ed. Jaca Book, Milano, 1989, p. 93) che Carlo Di Mascio apre il suo volume dedicato al pensiero estremamente complesso di Max Stirner.
Ed il ricorso alle parole di Kojève, notissimo studioso conseguente del pensiero di Hegel, non pare casuale, bensì pressoché propedeutico agli obiettivi che questo problematico studio intende effettivamente perseguire, vale a dire “stabilire se nel pensiero di Max Stirner possano rinvenirsi componenti giuspositivistiche” (p. 15).
Tutta l’opera di Stirner, sembra preavvertire l’autore, è totalmente avviluppata da un linguaggio hegeliano, da concrezioni e orpelli sistematici profondamente hegeliani, per cui l’unico modo di far vivere autenticamente il pensatore di Bayreuth, variamente compromesso con interpretazioni più politiche che squisitamente filosofiche, è quello di ispezionarlo attraverso la lettura certosina de L’Unico e la sua proprietà, rompendo con ogni paradigma dialettico.
Una rottura che in verità Stirner, nell’insistente tentativo di divincolarsi dall’ingombrante macigno hegeliano, lentamente delinea mediante una operazione di persistente demolizione di ogni legame con la metafisica tradizionale, per giungere alla costruzione di un individuo assolutamente indipendente da ogni oggetto esterno nel quale la propria libertà può andare smarrita.
Sin dall’introduzione e per tutto il corso del libro, Di Mascio catapulta in questa avventura, servendosene asetticamente a piene mani, filosofi post-strutturalisti del calibro di Althusser, Deleuze e Foucault, accanto a filosofi come Giorgio Penzo, notissimo studioso stirneriano sin dai primi anni settanta, rinvenendo, senza però dichiararlo apertamente, un tratto paradossalmente comune, quello vale a dire della “doverosità” di un approccio strutturalmente antiessenzialistico dell’agire umano sulla materia, che è poi il fondamento di quella interpretazione volta a privilegiare l’esistenza all’essenza. Per Stirner, osserva Di Mascio, l’essere così come lo concepisce Hegel appare del tutto inadeguato, in quanto non riferito a un dato empirico, esperienziale, se si vuole di vera concretezza antropologica, ma a presupposti indimostrati, con la conseguente trasformazione dell’uomo in carne ed ossa in un semplice fenomeno accessorio. Ne consegue che per Stirner la liberazione dell’individuo può darsi solo “affidando la propria esistenza […] al suo essere concreto, che non segue leggi razionali, vale a dire quelle, per intenderci, che sono state impartite dalla metafisica classica che ha stabilito cosa è razionale e cosa non lo è” (pp. 22-23); un essere che “va tuttavia recuperato in quanto completamente smarrito nelle pastoie della stessa metafisica classica. E questo recupero per Stirner può aversi solo fondando l’essere su nulla di trascendente, vale a dire sull’assenza di ogni principio, di ogni centro, che si risolve in una libertà senza limiti, e in cui l’individuo, come ente irripetibile, Unico, appunto, dal nulla dal quale è nato determina le sue creazioni senza essere vincolato a norme o valori preesistenti” (p. 23). Riporre dunque la propria causa “su nulla”, come afferma Stirner all’inizio e alla fine del suo libro, vale a dire “su nulla di trascendente, di superiore, di sacro, di “sopra di me”, su nessun valore già confezionato e offerto in dono, e non “sul nulla” (p. 215), diventa, nella sua più intima prospettiva, uno sconvolgimento tutt’altro che delirante: non nell’al di là, cioè su quel nulla attraverso cui la tradizione platonico-cristiana che culmina con Hegel ha preteso di “descrivere il mondo imprigionando l’individuo” (p. 18) – ma in un al di quà che l’individuo preferisce vivere e costruire la propria esistenza.
È dunque su questo assunto – preliminarmente focalizzato sulla messa in crisi di ogni aspetto del razionalismo concettuale, ma ancor più su una nuova disutopica centralità esistenziale di un individuo che sa di essere stato gettato all’improvviso nel mondo, ma che finalmente, libero e liberato da qualsivoglia mediazione dialettica, pretende di creare e ricreare se stesso e tutto ciò che lo circonda, in conflitto permanente con ogni preordinata “organizzazione sociale metafisico-teologico-religiosa che ha stabilito cosa ogni individuo è, deve essere e deve fare, dalla nascita sino alla sua morte” (p. 16) – che il libro tenta di innestare le proprie tesi circa l’adozione da parte dell’impalcatura filosofica di Stirner di una dimensione decisamente non-cognitivistica, in forza della quale i valori e le regole di vita “non si conoscono aprioristicamente, ma si producono, si creano autonomamente” (p. 27).
Il testo si sviluppa in sei parti, ciascuna delle quali introduce al contenuto della successiva, all’insegna di una analisi sistematica volta ad escludere l’ammissibilità in Stirner di qualsivoglia dimensione sovranaturale (o sovraindividuale), laica o religiosa, che possa guidare gli individui nella scelta ed applicazione di regole governanti la convivenza sociale, ma anche a scoprire inavvertite sintonie con il giuspositivismo per il quale il diritto è innanzitutto un atto umano, ovvero posto dall’uomo, e tutto ciò proprio attraverso quella “stirneriana” assenza di fondamenti, di valori, di principi precostituiti, anticamera necessaria diretta a disintegrare “una volta per tutte la relazione tra diritto, finalmente liberato da ogni tradizione e ribelle ad ogni autorità ereditaria, e verità, nel senso che la volontà dell’uomo non costituisce più l’espressione e lo strumento di una verità superiore o, comunque, trascendente la dimensione positiva, intesa come prodotta dall’uomo” (p. 27).
Nelle prime due parti Di Mascio affronta diffusamente il problema dell’ateismo in Stirner, ritenuto saliente circa la comprensione della sua tematica giuridica, pervenendo a due considerazioni di fondo, e cioè da un lato che la contrapposizione all’ateismo di Feuerbach contenuta ne L’Essenza del cristianesimo, dal quale peraltro polemicamente l’opera stirneriana prende le mosse, si giustifica sostanzialmente nel noto rimprovero di Stirner rivolto a Feuerbach di non aver veramente saputo superare le categorie concettuali dell’hegelismo e della teologia, ma solo di averle rovesciate, sostituendo così l’uomo a Dio, oltre ad assegnargli pericolosissimi attributi divini, con l’effetto che distruggere una particolare teologia per immanentizzarla sotto mentite spoglie non libera l’uomo, il quale assurdamente continua ancora a vivere di fede e di dogmi illudendosi di essere libero – dall’altro che “la morte di dio (o quella dell’uomo che altro non è che quella della metafisica classica), che Feuerbach aveva tentato di delineare senza costrutto, viene da Stirner trasformata in una prepotente rivendicazione dell’agire umano, in una radicale previsione antifinalistica volta ad annullare ogni tentativo di sovrapporre l’ordine e il comando all’azione dell’individuo” (p. 77). Un ateismo assoluto, dunque, il più estremo e radicale possibile che la storia del pensiero occidentale ricordi, dal quale però ripartire per ricostruire una esistenza inquinata ideologicamente, per ricondurre tutto alla “superficie” di contro alla repressiva “profondità” dei problemi filosofico-metafisici. Una operazione di lenta e graduale distruzione quella elaborata da Stirner, dettata solo dalla volontà di liberare fino in fondo la vita dell’uomo dal controllo della cultura, sicché – incalza Di Mascio, invero alquanto arditamente – “non pare forse azzardato sostenere che il passaggio dissolutivo dell’hegelismo, tende a trasformarsi in neogenealogia, vale a dire nella creazione di una nuova etica dell’esistenza, di una soggettività che si autocostituisce attraverso il riconoscimento delle differenze e l’annullamento delle identità” (pp. 77-79).
La terza e la quarta parte si concentrano invece sull’analisi che Stirner sviluppa del diritto e dello Stato, della società nonché di quella nuova forma di relazione sociale che egli individua nell’associazione. Per Di Mascio il comune denominatore che connota l’analisi stirneriana della cosiddetta macchina giuridico-politica, è sempre rappresentato dal ripudio di ogni trascendenza, in quanto sia il diritto che lo Stato così come la società troverebbero sempre la loro ragion d’essere in una “dimensione ideale che sfugge al soggetto, in quanto posta da altra entità” (p. 82). In questa precisa ottica, alla luce dell’interpretazione di Giorgio Penzo pienamente accolta dall’autore, quando Stirner emblematicamente afferma che “Finché questo diritto estraneo non concorderà con il mio, non troverò mai, in queste corti, il mio diritto” – vuol significare che non intende affatto “negare il diritto, ma solo la sua dimensione santa, estranea” (p. 85). Ecco perché il problema dell’ateismo si pone come assolutamente imprescindibile nella comprensione del complessivo discorso giuridico di Stirner, in quanto, ritenendo di “scorgere ancora l’idea di Dio alla base di uno strumento di regolazione” (p. 86), solo riportando alla superficie la concretezza del suo essere finalmente riconquistato, e dunque come sua proprietà – il singolo individuo può immaginare di costruire davvero la propria esistenza, una esistenza che per il solo fatto di determinare se stessa regola se stessa determinando il proprio diritto. E difatti rileva Di Mascio, tenendo sempre presente la lettura del Penzo, “Affermare che il diritto deve diventare «mio» diritto, significa collocare al posto di una norma divina o umana l’uomo, non come dimensione universale, ma come dimensione unica: “E solo come l’unico faccio di ogni cosa mia proprietà, così come agisco e sviluppo il mio essere me stesso come l’unico” (U-p. 346). In questo contesto Stirner ha ancora modo di sottolineare la speciale posizione dell’io, come mio io, che oppone al diritto il «mio» diritto e che non è un diritto posto da un qualsiasi «fantasma», ma dalla propria volontà; cioè in altre parole, l’eliminazione di qualsiasi dimensione estranea, santa, comporta l’indispensabile distruzione della inaccettabile subordinazione del soggetto al suo predicato. La creatura (diritto) non domina più il suo creatore (singolo), ma è quest’ultimo a farla propria consapevolmente” (p. 91). Ed è attraverso questa nuova dimensione che Stirner, dopo aver trasformato l’uomo da “ente generico”, ancora espressione di un nuovo dominio, in “individuo preciso e padrone del mondo” (p. 125), pone il suo primo atto creativo: “Sorge così una nuova prospettiva: determinare le condizioni di una nuova convivenza sociale basata su regole diverse, ovvero la nuova società che Stirner definisce «Associazione»: “Se lo Stato è il signore del mio spirito, che mi impone fede e articoli di fede… l’associazione è una mia propria creazione, il mio creato, non santo, non una potenza spirituale sopra il mio spirito come non lo è neppure qualsiasi associazione, di qualunque forma sia (U-p. 300)” (p. 126). L’associazione, dunque, come “superamento di ogni vivere sociale fondato sul principio di autorità” (p. 129), che si differenzia sia dalla società, perché mentre questa “si presenta sempre come un complesso di leggi e sanzioni ben definite, l’associazione invece non presenta alcun vincolo sacro” (p. 128), sia dallo Stato, perché essa non è un suo prodotto spontaneo, “come se l’individuo avesse ancora la necessità di collegare il proprio potere ad un ideale che lo sovrasta e lo annichilisce – è invece qualcosa che il singolo crea, produce, è “una mia opera, un mio prodotto (U-p. 300)” (p. 133).
Ed è proprio il tema della creazione, della costituzione, della produzione, che può benissimo sintetizzarsi nell’affermazione stirneriana secondo cui “Io non sono il nulla nel senso del “vuoto”, ma sono il nulla creatore, quel nulla dal quale io stesso come creatore, creo tutto” – ad ispirare la suggestiva parte quinta del testo, all’insegna di quel “fondare su nulla, che non è un no alla vita o una vacua nientificazione”, e che “appare indispensabile per consentire il passaggio da un mondo già preconfezionato all’individuo ad un mondo prodotto dall’individuo” (pp. 150-151). Per Di Mascio l’immane operazione di Stirner si inserisce a pieno titolo in quel materialismo della creazione volto insistentemente a liberare l’essere contro ogni tipo di ingabbiamento idealistico e trascendentale, al solo fine di ricondurre tutto alla superficie. È questo forse per l’autore l’aspetto fondamentale del pensiero stirneriano e che trova il suo momento di apicale chiarezza in una paradigmatica espressione di Gilles Deleuze, secondo cui “Ciò che si sottraeva all’idea è risalito alla superficie” (p. 160). E difatti in questa precisa ottica, rielaborando tematiche deleuziane, a loro volta intrise di un rinnovato spinozismo rivisitato da un altro pensatore altrettanto caro come Antonio Negri – Di Mascio, alquanto coraggiosamente ed invero con non poche forzature al limite del lecito storiografico, ritiene di avvertire in Stirner “il tentativo di introdurre una dirompente connotazione filosofica dell’essere in senso ontologicamente costitutivo, si potrebbe quasi dire “adeguata a quella teoria alternativa del materialismo nella modernità che è stata, per esempio, tipica dello spinozismo” vale a dire una “ontologia della superficie”, mai sganciata dal piano dell’esperienza materiale, che respinge ogni tipo di fondamento nascosto e profondo e che non concepisce (perché non è in grado di concepire) strutture precostituite e trascendentali” (pp. 159-160). Come osserva Negri nel suo Spinoza Sovversivo (in Spinoza, Roma, 1998, p. 373), e che Di Mascio arditamente pensa di utilizzare a sostegno dell’impianto stirneriano, ritenuto non dissimile da quello spinoziano, l’essere va inteso come fondamento, “e questo permette l’utilizzo della parola “ontologia” per definire l’appartenenza del suo pensiero – ma il fondamento è da lui concepito come superficie…si potrebbe dire che l’ontologia spinoziana è una violazione della tradizione ontologica” (p. 159 in nota). Ed è in forza di tale substrato teoretico che Di Mascio perviene faticosamente a disambiguare taluni ambiti di riflessione del pensiero stirneriano, in una prospettiva tesa da un lato a ravvisare la “fuoriuscita del soggetto da ogni logica essenzialistica e dal dominio di ogni significazione, a favore di una a-logica che non totalizza oggetti e soggetti, ma che lascia esistere (esprimere, creare, costruire) ciascuno nella propria singolarità frammentaria” (p. 156), dall’altra – in una folgorante anticipazione del concetto di rizoma in filosofi come Deleuze e Guattari, dove non ci sono più punti o posizioni fisse, ma linee di connessione che fanno saltare ogni struttura – a creare, “ripartendo da zero, una esistenza che è continua destrutturazione, che cancella ogni tipo di valore, norma e principio che siano già stati prefigurati da qualsivoglia autorità ereditaria” (p. 160). Il tortuoso percorso stirneriano si presenta allora come un itinerario sempre non-dogmatico, non-ideologico, non-dialettico: “attraverso un procedere discontinuo, per rotture, per salti, che non si lascia catturare né da una sintesi né da un sistema calato dall’alto” (p. 157), Stirner cerca di portare alla luce un soggetto da intendere come incessante autocostruzione in atto, non più come un in-sé da liberare, ma come un plurale frammentato e impersonale – privo di identità perché niente e nessuno possono formare un nuovo ordine fisso ed immutabile – che “ignorando ogni universalità, passato, futuro e tempo preordinati dalla metafisica, costruisce “una vita singolare immanente a un uomo che non ha più nome”. Così Stirner: “Si dice di dio: «Non ci sono nomi per definirti». Ciò vale per me stesso: nessun concetto esprime l’essere me stesso, nessuna cosa che sembra essere la mia essenza esaurisce l’essere me stesso; sono solo nomi” (U-p. 350-351)” (p. 161).
Se dunque per Stirner “l’esistenza precede l’essenza dell’uomo (e) nessuna legge universale può mai sottomettere la sua concreta singolarità, contrassegnata solo ed esclusivamente dalla nascita e dalla morte” (p. 170), deve derivarne che i valori e le regole sono soltanto quelli che l’individuo autonomamente si dà. Attorno a questo nucleo tematico volto a ravvisare nel pensiero stirneriano una matrice decisamente non-cognitivistica, si innesta la parte sesta del libro che – riprendendo l’analisi di un grande giurista come Guido Fassò, acutamente rivisitato da un attento studioso come Massimo La Torre, non tralasciando tutta una tradizione giuspositivistica da Hans Kelsen ad Alf Ross, da Norberto Bobbio a Uberto Scarpelli a Luigi Ferrajoli sino al “nichilismo giuridico” di Natalino Irti – mira da un lato ad evidenziare la insolita sintonia della critica stirneriana con la originaria prospettiva giuspositivistica, perché come questa volta alla incessante produzione autonoma dei valori e della regole di vita, la quale, “prima che concepire il diritto come espressione diretta del potere statuale, concepisce il diritto come essenzialmente riconducibile all’attività degli uomini” (p. 183), così esaltando, attraverso la sua componente fortemente relativistica e soggettivistica, la centralità e la dignità dell’individuo e, dunque, come tale dotata di una connotazione particolaristica, antidogmatica ed anti-ideologica; dall’altro in radicale distonia con la dimensione cognitivistica del giusnaturalismo, il quale – nelle sue variegate sfaccettature, asserendo che i valori sono tutti da scoprire, perché irrimediabilmente già dati e non creati, richiamando “l’esistenza di un etica oggettiva, di una idea di verità eterna, universale, fondativa e, dunque, di norme superiori fisse ed immutabili” (p. 203) – è sempre volto ad “ingabbiare gli individui all’interno di un paradigma precostituito teso a sottrarre alla loro libertà (alla loro autonomia) un ambito rilevantissimo della loro esperienza esistenziale” (p. 202), e come tale, intimamente conservatore, dogmatico, universalistico, e soprattutto ideologico.
A ben vedere il segreto obiettivo che Di Mascio con paziente gradualità intende far emergere grazie alla ferocia distruttiva del pensiero di Stirner, è proprio quello di un attacco frontale a tutta la dottrina giusnaturalistica che ridefinendo in senso ideologico, e dunque in base alle “più disparate convenienze” (politiche), il concetto di diritto naturale – diritto naturale che peraltro si vuole incredibilmente immutabile nonostante una umanità destinata per definizione sempre a mutare – lo ha posto a fondamento di ogni costruzione giuridica, e ciò in forza del noto principio che pretende che vi siano una serie di norme giuste in sé, indipendentemente dall’essere riconosciute o accettate da parte del singolo individuo.
Si può dire che la questione pregnante che aleggia in ogni pagina del testo è rappresentata proprio dal tentativo di smascherare attraverso Stirner – da ritenersi per eccellenza “il distruttore della metodologia dei diritti naturali” (p. 167) – la dipendenza continua e costante dell’“individuo” dalla “natura”, una natura però sempre contaminata da istanze valoriali che si vogliono assolute ma che, proprio perché assolute, non costituiscono mai il prodotto “della libera, spontanea decisione degli uomini, ma risultato di forze su cui l’uomo non ha alcun potere” (p. 172). Si pensi solo, osserva l’autore per inciso, alle distorte applicazioni fondate, non a caso, sul concetto di natura delle tematiche legate al razzismo, al nazionalismo, alla bioetica e alla diversità sessuale nella storia più o meno recente, “le quali presuppongono tutte forme di naturalizzazione dei rapporti e dell’identità, e laddove vi è naturalizzazione, vale a dire cristallizzazione dentro un paradigma di assolutezza valoriale, inevitabilmente vi è annullamento di ogni autonomia decisionale” (p. 195). In altri termini, l’“abominevole scempio” compiuto dal giusnaturalismo in tutte le sue manifestazioni storiche è quello di aver inammissibilmente gravato la natura di valore normativo, con l’effetto di controllare, anziché realmente liberare, l’individuo e le sue sconfinate potenzialità, a tal punto che “per Stirner fare riferimento alla natura o argomentare in termini di diritto naturale, significa sempre richiamare un “ordine naturale” che preesistendo all’azione, la guida e la veicola” (p. 202).
In conclusione la valutazione complessiva del volume non può che essere positiva per l’appassionato quanto rigoroso incalzare argomentativo, nonché per taluni spunti di riflessione decisamente fertili ed originali, dei quali sono stati riportati solo alcuni elementi portanti. Il testo, rifacendosi, quanto alle citazioni tratte dall’opera stirneriana, alla impareggiabile traduzione dal tedesco di Claudio Berto, fornisce una bibliografia generosa nel rappresentare i diversi percorsi di ricerca del pensiero di Stirner, e di certo può essere agevolmente utilizzato – in particolare grazie ad una introduzione molto chiara e per certi versi accattivante, che denuncia l’indiscutibile affetto che l’autore nutre per questo grandissimo filosofo sempre dimenticato o evocato in poche battute, eppure talmente indicibile – da chiunque intenda per la prima volta avvicinarsi alla lettura de L’Unico e la sua proprietà, ma anche dal lettore specialista interessato ai suoi numerosi quanto incredibili lasciti teorici.
Ancora un libro su Stirner, e soprattutto sul suo libro Der Einzige und Sein Eigentum, di certo non l’ultimo.
Continua costante l’interesse per Stirner e per L’Unico e la sua proprietà. In Italia, poi, detto interesse, a cominciare da Giorgio Penzo (1971), è stato sempre rinnovato, anche se discontinuo. Spesso, si scrive di e su Stirner su periodici più o meno specialistici. Ma non passa anno che almeno uno scritto sia pubblicato su Stirner e/o sul suo pensiero. Ma anche il libro di Stirner, in Italia, continua a essere pubblicato peridicamente: Adelphi e Anarchismo hanno più volte pubblicato e ripubblicato L’unico e la sua proprietà.
A detto interesse per il pensiero di Stirner non fa eccezione alla regola Carlo Di Mascio, autore del libro Stirner giuspositivista. Rileggendo L’unico e la sua proprietà, pubblicato dalla Casa Editrice UNI Service di Trento.
Scritto, ma non pubblicato, vent’anni fa, questo libro esce ora in versione rivista e aggiornata, e con un buon corredo di idee, a incrementare un dibattito sempre vivo.
Prima del 1845, anno della pubblicazione di Der Einzige und Sein Eigentum (in realtà il libro circolava in bozze già alla fine del 1844) tutte le teorie dell’individuo erano idee borghesi, e andavano politicamente sotto il nome di liberalismo. Con la pubblicazione del libro di Stirner cambia tutto. Il suo creatore inventerà un nuovo linguaggio, che prima non esisteva, e darà dignità all’individuo oltre tutti i limiti fin lì descritti. E detta originalità scoprirà anche Karl Marx, che dedicherà all’opera di Stirner un libro più grande del libro stesso di Stirner.
E l’unico di Stirner è quel professore liceale, sconosciuto ai più che risponde al nome di Johann Caspar Schmidt. Stirner si appropria del mondo di Schmidt, lo descrive, lo analizza, lo rifiuta. Stirner vede nel mondo di Schmidt un mondo che non soddisfa il mondo dell’unico.
Ovviamente, Stirner crea un nuovo linguaggio, il linguaggio dell’unico, e prevede che il lettore dell’opera legga Der Einzige und Sein Eigentum secondo i criteri, i dettami descritti da Stirner stesso. Cosa difficile, se si pensa che ancora oggi non c’è un’opera conclusiva ed esaustiva sul pensiero di Stirner. Ma solo studiando Der Einzige und Sein Eigentum attraverso Der Einzige und Sein Eigentum è possibile capire l’unico, questo essere non identificabile con l’uomo, o con dio, o con lo stato, e via di seguito.
Der Einzige und Sein Eigentum è innanzitutto un’opera hegeliana, scritta con metodo hegeliano, progettata con linguaggio hegeliano. E all’interno di detta dialettica prende corpo l’unico.
Di Mascio parte dal presupposto, che Feuerbach è l’oggetto polemico del pensiero di Stirner. Considerando l’ateismo di Feuerbach un pio a
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