Il presente studio ha per oggetto due manoscritti inediti risalenti rispettivamente al 1783 e al 1785. Si tratta dei verbali di due processi per stupro celebrati presso il tribunale ecclesiastico di Subiaco. I fascicoli sono completi, il loro stato di conservazione è buono e questo permette di ricostruire con precisione le singole fasi processuali. Dall’esame comparato dei carteggi emerge un elemento di notevole rilievo: i giudici dei due processi seguono un percorso identico che, partendo dalla querela della parte offesa, li conduce alla decisione finale. Dunque, nonostante le tecniche confuse e spesso improvvisate che contraddistinguevano all’epoca l’attività dei tribunali dello Stato Pontificio, esistevano comunque delle norme procedurali, che si erano affermate certo più per consuetudine, che non per via di un’opera di codificazione razionale. È interessante notare che il “Regolamento organico e di procedura criminale”, varato da Gregorio XVI nel 1831 (quindi circa cinquant’anni dopo i processi sublacensi), ufficializza, nelle cause attinenti la violazione dell’onore femminile, praticamente questa procedura. In particolare si è potuto notare che il Regolamento gregoriano prevede si rivolgano ai testimoni le stesse domande formulate nei nostri processi e, per di più, nella stessa sequenza. Le pagine dei verbali rappresentano un vibrante affresco della cultura rurale di fine Settecento e offrono numerosi spunti di discussione. La particolarità di questi procedimenti è comunque legata all’applicazione, in uno di essi, della “tortura sulla vittima-accusatrice”. Quest’istituto aberrante, che non trova riscontri nelle coeve prassi giudiziarie al di fuori dei confini dello Stato Ecclesiastico, era utilizzato invece dai tribunali pontifici, con una certa frequenza, già da qualche tempo, come mostra la vicenda di Artemisia Gentileschi risalente al 1612. I manoscritti sono custoditi attualmente nell’archivio curiale di Subiaco. L’archivio, che rispecchia la vita dell’Abbazia territoriale dalla sua formazione (1638-1639) alla fine della Commenda (1915), contiene documenti di carattere civile, penale ed amministrativo-economico, legati alla gestione del patrimonio dei Commendatari. Da qualche anno a questa parte, esso è stato “riscoperto” e con fatica si sta portando avanti un progetto di schedatura delle carte conservate, rimaste per tanto tempo dimenticate in un angolo della clausura del monastero di Santa Scolastica.