1953 – Faceva caldo quando sono nato a Verbania, e non era ancora ora di pranzo.
1959 – Valeria, il mio primo amore.
1966 – Ho la vespa con i tappetini ed uno specchietto retrovisore!
1967 – Gli spavaldi, tessera n° 009, quasi un agente segreto.
1968 – Ho i capelli lunghi e le patacche sulle mani.
1969 – Promosso, vado a lavorare in birreria come stagionale, perché volevo la moto.
1971 – Sono geometra. Ho la patente, la macchina, la ragazza.
1973 – Insegno dentro le carceri di Agrigento.
1976 – Ho la moto! Ha 33 anni ed il freno a pedale si schiaccia con il tallone.
1977 – Vado a lavorare in banca. Cassiere, sportellista, contabile, sviluppatore, tesoriere.
1978 – Mi sposo per la 1° volta.
1980 – Ho la moto nuova: è bicilindrica!
1989 – Encomio scritto.
1990 – Comincio a fare trekking come socio del club alpino, in Sicilia.
1991 – Mi sposo per la 2° volta.
1992 – Due gemelli: Daniela e Marco. Lui, disabile, muore battezzato dopo 6 giorni.
1996 – Dimissioni volontarie.
1996 – Purtroppo, mi separo da mia figlia Daniela e torno a vivere, da solo, a Verbania.
1997 – Divento funzionario esattoriale.
1998 – Un ex marito mi rompe tibia e perone: disabile per nove mesi.
1999 – Lavapiatti e aiuto cuoco in Svizzera.
2000 – Lavoro per agenzie interinali in Italia, come operaio generico turnista.
2002 – Comincio ad assistere anziani e disabili che viaggiano in treno.
2003 – Chiedo l’affidamento di mia figlia Daniela.
2003 – Comincio a scrivere disabile con il trattino, per identificare la nascita di una figura virtuale nata dall’incontro tra un dis-abile occupato ed un abile dis-occupato, per tentare di aggregare tante minoranze sparse, con “il dis-abile viaggia”.
2003 – Scrivo “Il dis-abile viaggia” ed il libro parlato dell’Unione Italiana Ciechi di Torino, lo trasforma in 4 audio cassette. Due non vedenti ne fanno richiesta.
2003 – Mi telefona un deputato e siccome io non faccio politica, lo apprezzo molto.
2004 – Incontro Carlo Mariano Sartoris, scrittore disabile.
2004 – Mi telefona un assessore provinciale e scrive di me su Internet.
2004 – Incontro un monaco benedettino.
2005 – Uno psicologo, assessore comunale, risponde al mio bisogno di presentare “art.3bis…”, e mi invia un pregevole “pezzo”: lo conoscerò dopo 6 mesi.
2006 – Scrivo “Art. 3 bis – Bobò ha fatto la bibì – Senza pensieri”, e lo presento alla “Fabbrica di carta” di Villadossola, con il mio nome.
2007 – Affidamento negato.
2007 – Ritorno a vivere da solo.
2007 - Rielaboro “Art. 3 bis …”, gli aggiungo un CD mp3 e lo presento alla “Fabbrica di carta” di Villadossola, con il nome di Nazzaro Popolini.
2007 – Mi telefona Omar Falworth, scrittore di fama internazionale.
2007 – Scrivo “CONFUSIONE” e lo firmo come Poliziano Zapron.
2007 – Continuo, da solo, ad assistere disabili ed anziani che viaggiano in treno, in 4 stazioni, 25 binari, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 da quasi 5 anni!
2007 – Scrivo “CIECHI” e lo firmo come Olonnio Rappazzi.
* * *
Carissimo Paolo,
la fresca scrittura, quasi naif del tuo “Confusione”, conferma il giudizio che ti avevo espresso, dopo averlo letto: delizioso!
E sull’onda di tale apprezzamento, volendo condividere con te un’auspicabile pubblicazione, mi permetto qualche parola, dopo aver richiamato un gustoso episodio capitato secoli fa tra i Padri del deserto :
Raccontavano del Padre Giovanni Nano che, ritiratosi a Scete presso un Anziano della Tebaide, visse nel deserto. L’anziano un giorno, preso un legno secco, lo piantò e gli disse di innaffiarlo ogni giorno con un secchio d’acqua, finché non desse frutto. L’acqua era tanto lontana che doveva partire alla sera per essere di ritorno al mattino. Dopo tre anni il legno cominciò a vivere e a dare frutti.
Non aggiungerò molto, anche perché mi sembra molto chiaro il senso: la realtà non è sempre quella che appare, al suo interno è nascosto il segreto di quello che vale perché la nostra vita possa essere “spesa”, “offerta”, data gratuitamente senza opporre resistenze. In pratica bisogna “obbedire” a qualcosa che si sente dentro di sé e che dobbiamo portare a termine. Solo così non solo la nostra ma anche la vita dell’altro (o dell’Altro) dà il suo frutto. Termina infatti così l’episodio: L’anziano li colse e li portò ai fratelli radunati insieme, dicendo:<<Prendete, mangiate il frutto dell’obbedienza>>.
Potresti pensare, caro Paolo, che è una situazione di altri tempi e che non è possibile che avvenga oggi. Si crea una comunione, una solidarietà, non necessariamente di grandi numeri e di potente consenso, una rete di cui non possediamo né il capo, e nemmeno la fine, noi siamo semplicemente in mezzo.
Queste brevi considerazioni sono una piccola tessera che ti offro perché tu possa continuare.
Prima di chiudere il discorso, una battuta:
A un monaco che voleva scrivere un libro, un anziano disse: “Ricordati che la carta è paziente, il lettore no…”.
Germano, 12 agosto 2007
Fr Lorenzo, monaco nel deserto del Giardino della Risurrezione.
Paolo, alias nuovo Nazzaro, non si è mai arreso, anzi, con caparbia e nuova inventiva, ha sempre incentivato con nuove trovate la sua personale battaglia per rendere pubblico, noto e promosso il servizio d’assistenza ai disabili che presta nel suo comprensorio ferroviario, ma non solo. È un peccato che tanta forza comunicativa si sia limitata ad un aspetto pur importante, ma marginale e troppo personale, rispetto alle tante, devastanti drammaticità che, sovente silenziose, accompagnano molte esistenze minori nel loro sfortunato tragitto verso il terminal d’una vita non vissuta.
P. R. P. è un antico cavaliere solitario che combatte una nobile battaglia.
Mettere le sue energie al servizio di un più vasto campo di confronto, aggregandosi ad associazioni che in gruppo lottano su più fronti, lo trasformerebbe in soldato di ventura; l’universo della disabilità ne trarrebbe certamente un vantaggio.
Leggere di sé e dei suoi ingegnosi sistemi per comunicare è un inoltrarsi in un mondo da scoprire e poi riflettere.
È dalle piccole idee che nascono le grandi rivoluzioni.
Alba, 28-7-2007
Carlo Mariano Sartoris - Scrittore
* * *
L’opera del signor Rizzo Pinna è il risultato del suo continuo e meditato impegno sociale nel campo della solidarietà, sarebbe tuttavia riduttivo vedere solo questo aspetto, perché l’autore, in realtà, mette in queste pagine tutto sé stesso senza risparmiare la sua realtà familiare.I sentimenti che emergono dal libro sono senza dubbio forti ed autentici e ci raccontano di quanto sia intenso e presente nella vista di molti il suffisso “dis”: disabile disoccupato, disagiato e aggiungerei disilluso.
La sofferenza e il senso di esclusione non sono un esercizio retorico, ma una realtà esperita e per questo non più tollerabile.
Lo stile narrativo e colloquiale dell’opera non la rendono poco impegnativa, ma anzi aiutano ad affrontare una complessità quasi ermeneutica che può disorientare alcuni lettori. Tuttavia i bisogni esistenziali che il suffisso “dis” ci obbliga ad affrontare meritano uno sforzo di comprensione che vada oltre il generico pietismo.
Le parole di Rizzo Pinna sono un appello a rompere il muro di gomma dell’indifferenza, un invito ad una ricerca di profondità, di affetto, di senso. . . per non ricercare queste cose e per non sentirne bisogno solo quando siamo di fronte a difficoltà, o solo quando ne abbiamo bisogno per noi stessi. In altri termini, si ribadisce come solo un sistema di relazioni solidali che si fa sistema possa rispondere ai bisogni pratici ma anche affettivi sia di chi riceve che di chi offre.
Accompagnare, stare con, non lasciare, questi sono i concetti che l’autore ci vuole offrire con sagacia, ironia e anche con un pizzico di follia che contraddistingue tutte le piccole grandi imprese.
La lettura dell’opera coinvolge in modo totale nelle dinamiche familiari e sociali del dis-abile che viaggia (nello spazio, nel tempo e anche nel senso) fino a farci ritrovare volenti o nolenti un po’ di noi stessi. A questo punto l’indifferenza è sconfitta, la diga scricchiola, la frontiera tra chi è “dis” e chi ritiene di non esserlo sta per terminare.
A volte alcune affermazioni possono stupire o irritare, ma l’incontro con la sincerità e con la fatica del vivere hanno un prezzo; non possiamo esimerci di fronte a queste “offerte” dell’autore, pena la perdita di una occasione significativa di incontro con sé stessi.
Andrea Gnemmi – Psicologo
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