"Ed è in questo silenzio, che Tu, mio Dio,
torni a morire dentro di me."
Pregare è sempre stato un gesto assolutamente spontaneo, mai forzato o costretto. Non vengo da una famiglia di persone particolarmente credenti e da piccolo non ho ricevuto indottrinamenti di nessun tipo. Ho sempre avuto questa esigenza: ricercare un contatto con l’Altro, vivere il senso di questo Mistero nella mia vita. Perché Dio è una presenza assolutamente misteriosa, che si fa vedere a tratti, che ci chiama, a cui spesso non rispondo o che fingo di non sentire per avvertire meno la responsabilità che essere uomini comporta. La vita ci è stata data ma non per questo è gratuita o può essere vissuta senza profondità. E nell’essere data, ricordiamoci sempre, c’è non solo il dono della vita ma di un progetto, un disegno a cui la nostra libertà deve collaborare. Senza questo passaggio, semplice, infantile, assolutamente ingenuo, non siamo uomini ma irriconoscenti e soprattutto al limite minimo del nostro sviluppo personale.
Sentire di essere cresciuti negli anni è una sensazione fondamentale, senza la quale non riuscirei a vivere. Dare a se stessi stimoli, sfide, obiettivi da raggiungere, non fermarsi mai, soprattutto con la mente, è un atteggiamento che mi fa rivivere l’urgenza del messaggio cristiano, la sua attualità. Per questo sono assolutamente d’accordo con chi sostiene che non studiare e non lavorare significa essere incapaci di amare, di donarsi perché con il tempo si rischia di perdere ogni profondità emotiva. Il vero diritto che ogni credente dovrebbe far valere per primo è proprio il diritto allo studio e al lavoro, prima di qualsiasi altro, perché è nella dimensione scolastica e professionale che ognuno di noi gioca le proprie carte. Studio e lavoro rappresentano nella mia vita due argini indispensabili su cui si regge tutto il resto: famiglia, amicizia, amore, momenti di riposo e riflessione.
Essere cristiani significa vivere un sentimento religioso bellissimo, basato sull’umanazione di Dio, sul Dio fatto Carne che incontra l’uomo come uomo. Per questo la cristianità non può permettersi di essere bigotta, miope, priva di una sana dosa di aggressività, ambizione, coraggio, decisionismo. Troppo spesso erroneamente pensiamo che credere sia il semplice adempimento di una lista di cose da fare o da non fare. Ma questa fede è troppo comoda, troppo facile da vivere, non ci mette veramente in discussione. Rimane un’apparenza etica, moralistica, tipica di chi si vuole sentire in pace con la coscienza e io, con la mia coscienza, voglio stare in lotta.
Ma la dimensione della fede ha impatti anche sulla vita professionale?
Certo, anzi proprio nella professione si deve manifestare il sentimento religioso. L’ambiente lavorativo, dominato purtroppo da personaggi squallidi e senza senso, gente disposta a vendere tutto, perfino i propri affetti, per fare carriera, è il terreno più fertile per sfidarsi. È quello il campo di battaglia, dove si vince o si perde l’anima. Come ho già sostenuto in un mio testo per l’Università, dal titolo L’anima dell’azienda, la leadership, ovunque essa si manifesti, dalla piccola impresa di provincia alla grande multinazionale, è un cavo sospeso al di sopra di un abisso e la probabilità di precipitare, di svendere se stessi in cambio di piccole vittorie, è altissima. Senza votarsi a Dio, senza vivere questa Presenza, non facciamo altro che diminuire il nostro potenziale di crescita, di sviluppo.
Lei ha una visione della fede molto vicina alla realtà di tutti i giorni…
Se non fosse così, la chiamerei perbenismo, mi sentirei un bigotto ben vestito che va a recitare frasi a memoria dentro le pareti di una Cattedrale, fingendo una sensibilità in realtà inesistente. Credo molto nelle persone che sognano, soprattutto se questi sogni sono sporchi di fatica, di impegno, di voglia di fare. Sono assolutamente contrario a tutte quelle umanità che non lottano, che si adagiano sugli allori, che non chiedono niente a se stessi. Essere pigri, anche nella fede, è la peggiore delle bestemmie, è la prima negazione del divino nella propria vita. Uno stato dell’anima davvero imperdonabile. Venire messi al mondo, essere dati, per poi vivere da sonnambuli, è qualcosa che non riesco ad accettare.
Perché portare le sue preghiere in versi?
Sono solito pregare con le mie parole, trascorrere momenti di intimità con Dio in maniera molto personale. Vivere un Mistero nella propria vita significa prima di tutto accorgersi che devi cambiare amicizie, che devi selezionare attentamente chi ti metti vicino. E non c’è, nel mio caso, modo migliore che fare questa chiarezza scrivendo sui miei quadernini ciò che mi è più vicino: la poesia. È un’abitudine che ho da quando sono piccolo e che non ho mai abbandonato. Scrivere significa dividere e la divisione, l’organizzazione dei pensieri, delle emozioni, del proprio bagaglio di ricordi, porta a tenere e ad escludere. Viviamo, purtroppo, invasi di presenze che non dicono niente alla nostra vita, che ci allontanano semplicemente da ciò che siamo, dal quel piccolo disegno che portiamo scritto dentro di noi.
C’è qualcuno a cui si sente particolarmente legato?
Sicuramente è il mio padre spirituale ed è proprio a questa Persona, che è stata la presenza più importante nella mia vita, che ho dedicato la lettera introduttiva di questo piccolo libro di versi. Senza questa compagnia, adesso sarei un uomo vuoto, incapace di darsi, non mi sarei mai guardato veramente dentro. L’amicizia, non minata dall’invidia, ha un potenziale veramente mistico.
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