La ricerca personale, che continua tuttora, è iniziata dal disagio crescente provato durante seminari, conferenze, lezioni, tenute e subite, in scuole di specializzazione in cui si parlava di “modelli di riferimento” e si presentavano casi esemplari. Le domande erano e rimangono: come devo dare contenuto e significato all’ora di terapia? Cosa dire per aiutare “davvero” il paziente? Come interagire con lui, nell’immediato, a volte senza avere il tempo utile per elaborare una strategia (o una tattica!)? Ho iniziato d ascoltare i primi e geniali psicoterapeuti; intendo i maestri: Freud, Jung, Ferenczi. Ho appreso che una ricerca, per essere tale, va condotta in libertà e con uno spirito “non troppo” scolastico, perché venga posto in primo piano l’oggetto della ricerca: il desiderio di vivere del paziente, la sua esigenza di risignificare la propria esperienza di vita.