• Costume e società
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Italiano, istruzioni per l'abuso

Già nel 1984 Cesare Marchi sottolineava che i politici si erano dati un gran da fare inventando concetti surreali come, ad esempio, «la quantizzazione delle tariffe, la mappatura dei rischi, i bacini di utenza, l'ottica programmatoria, il ventaglio d'iniziative», ai quali si sono aggiunte altre astrusità contemporanee.
Ma la classe politica non è la sola responsabile di questa deriva linguistica. Anche i mass media fanno la loro parte. Anziché discriminare le amenità di un linguaggio futile e roboante, giornali e televisioni le acquisiscono acriticamente, le legittimano e le divulgano all'opinione pubblica. Altrimenti non si sarebbe mai arrivati al punto di blindare un contratto, spalmare un debito, killerare un avversario politico. Anche sul piano linguistico, dunque, tra paese reale e paese istituzionale c'è una distanza incolmabile. Politici, burocrati, sindacalisti, analisti finanziari, pubblicitari, specialisti di settore gareggiano nel comunicare in maniera incomprensibile, producendosi in ardite commistioni tra anglicismi e italiano burocratizzato al solo scopo di sorprendere, come sottolinea, con garbo e un pizzico di ironia, questo libro.

 

Rassegna stampa

 

Repubblica, 10 maggio 2008

Gli orrori e i nonsense dell’italiano

Strafalcioni, anglicismi e burocratese

Nell’elenco delle parole da non usare, compilato da Cesare Marchi nelle sue guide all’italiano puro, già comparivano più di dieci anni fa gli anglicismi, intervenuti a “contaminare” la lingua. “Quel verboso ciarpame di cui i mass media hanno imbottito il nostro cervello” a cui il linguista alludeva agli inizi degli anni Novanta, si è mescolato oggi a neologismi e spesso strampalati bizantinismi presi a prestito dal barnum televisivo, dal mondo del calcio, dalla burocrazia e dalla politica. Questo piccolo volume di Giuseppe Picciano, cronista sportivo formatosi nel duro e fattivo mondo della provincia, ha il pregio di aver compiuto una ricerca estesa a diversi ambiti dell’espressione linguistica, riportando gli orrori e i nonsense del linguaggio odierno, con un tocco di gradevole ironia. La penna del censore indugia sull’universo degli strafalcioni prima declamati con orgoglio da esperti di pressing e goliardici allenatori, poi entrati, fuor di ogni previsione, nel linguaggio quotidiano, con palese diserzione della lingua italiana corretta. Passano in rassegna l’“italiese” da curva B di Arrigo Sacchi, che definisce “l’avversario ostico e anche agnostico” e quello dei filosofi-opinionisti tv a cui si devono espressioni come “la squadra si è autogollata”. L’autore elenca anglicismi sportivi come playmaker, team manager e altre arbitrarie quanto inutili traduzioni di termini italiani già efficaci. Spiega eleganti definizioni esterofile usate in politica (welfare invece che benessere sociale, question time al posto di botta e risposta, bipartisan invece che bipolare), spesso rimaste incomprensibili. E scrive una piccola storia dei nomi di alcune professioni invano tradotte in “burocratese”. Lo spazzino prima netturbino, poi operatore ecologico; il bidello, non docente e collaboratore scolastico; i disoccupati o “forza lavoro disponibile”. Nel breve vademecum degli innesti linguistici non autorizzati, si ritrova anche qualche aneddoto nostrano, esempio dell’uso scorretto dell’italiano. «Nella nursery di un ospedale napoletano — riporta l’autore — un cartello avverte che: I bambini sono visibili tutti i giorni dalle 16 alle 18. Dopodiché, la fata Turchina li farà sparire e li renderà di nuovo invisibili».

Tiziana Cozzi

 

 

Dal quotidiano “Napolipiù” del 29 marzo 2008

Italiano maltrattato, istruzioni per l’abuso

di Carlo Porcaro

La provinciale Italia si scopre internazionale e moderna solo a parole. O meglio, con le parole. Utilizza il termine “playmaker” per indicare il regista di una squadra di calcio, “risorse umane” in luogo di dipendenti di un’azienda, “spalmare” un debito invece del più semplice e diretto rateizzare. Di tutto ciò scrive il giornalista Giuseppe Picciano nel libro “Italiano, istruzioni per l’abuso” (Uni Service, Trento - euro 10,50), capace di tratteggiare le storture linguistiche dell’Italia in appena 70 pagine. Nel mirino di Picciano finiscono il politichese, il burocratese, ma anche il sindacalese (“una lingua appartenente al ceppo del burocratese”) che si nutre di “piattaforma rivendicativa”, “contratto decentrato”, “progressioni orizzontali e verticali”. Gli italiani, insomma, utilizzano termini buoni spesso solo per darsi un tono, incuranti della loro stessa comprensibilità. Oltre che della correttezza grammaticale, naturalmente.

Il libro di Picciano non è un atto di denuncia dal mero sapore accademico, quanto una fotografia molto ironica del presente. Un modo per prendere in giro le nostre devianze linguistiche, il finto amore per l’estero. Ma c’è soprattutto l’implicito auspicio che l’Italia si spogli, davvero, del suo provincialismo.

 

978-88-6178-150-4marzo 2008
10.50 EUR

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