Questa raccolta di racconti desidera descrivere la rabbia nelle sue manifestazioni umane. Un omicidio avvenuto in una sauna gay. L’ossessione del grande manager dei suoni che, rapito da un suono sconosciuto lo cerca fino a diventarne dipendente. L’allucinazione del nostro personaggio che traduce in una lettera il suo ultimo viaggio in un misterioso negozio di marmi. La mania omicida di una notte d’estate, in un dialogo nevrotico e assurdo. La corsa del viaggio verso una meta perduta. La risata graffiante: la signora Maestrali vuole un vestito originale, riuscirà l’eroe rabbioso ad accontentare l’onnivora signora? La rabbia si trasforma: può un semplice cambio di casa divenire rabbiosa follia? Due donne, una spiaggia e l’irriverente rabbia di un’onda marina. E poi la storia della Reina di Camambour. Un finale festoso perché la rabbia è anche festa.
Com’é negletto, in Italia, il genere racconto! Chi si ricorda più le folgoranti novelle di Piero Chiara, le arabescate narrazioni brevi di Pirandello, chi considera Italo Calvino come un grande scrittore di racconti, chi ha voglia di cimentarsi col Flaiano più rapido e più appassionante... Da tempo i grandi editori hanno rinunciato ad occuparsi della scrittura breve, se non per rinforzare il solido catalogo di un autore già di successo. Oppure per la compilazione di contenitori che sono secondari ai nomi dei loro autori, non alle storie. Solo i piccoli editori, e dio li protegga, hanno ancora attenzione per ciò che è breve. Eppure scrivere la misura breve è tutt’altro che facile, la necessità di condensazione richiede che trama, stile e personaggi siano compressi e veloci senza mai risultare superficiali. Anche perché un racconto insignificante è più faticoso ed irritante, per il lettore, di un romanzo insignificante.
Ed ecco che dopo questa premessa compare il libro di Stefano Morettini Coppi, un libro di racconti un po’ feroci, un po’ sarcastici, e sempre molto coloriti. La fantasia del nostro è davvero esuberante, ci fa entrare in una galleria di personaggi (e situazioni) che spazia dall’estremamente assurdo all’estremamente pratico, in un ossequioso abbandonarsi alla fantasia mai banale. Saltiamo così dal cadavere del titolo, ucciso in una sauna gay, al manager dei suoni rapito da un misterioso silenzio, dal diario di un’ossessione collegata alla vendita della propria casa alla scortesia di un’onda gigante che fa scomparire nel nulla tre personaggi che effettivamente è meglio il genere umano dimentichi...
Morettini unisce alla fantasia esuberante anche la sua scrittura estremamente esuberante, colorita, a tratti invasata, libera assai dagli obblighi di punteggiatura, direi espressionista. Condivide con Cortazar la sottile compresenza dell’assurdo, ma scrive più come una valanga procede, tumultuosamente. Così ne risulta un libro la cui principale caratteristica è il colore, che impiastriccia ben bene il tutto come una tela, come ho detto, espressionista.
Ci sono pagine di franco divertimento, e pagine di franca tragedia. Cioè, per intenderci, non ci sono pagine di lenta noia. Si comprende come la fantasia, questo accessorio così raro oggi, sia uno strumento impegnativo ma che nel contempo remunera assai, il lettore certo, ma si ha il sospetto che anche l’autore, per una volta, si sia divertito a fondo, in questo suo scoppiettante scrivere. Sì, perché lo stile di Morettini riprende e conferma il colore delle sue storie, con la presenza di grande libertà tecnica, eccellente inventiva e gestione dei simboli, nonché felice contaminazione col parlato. Non per niente Morettini è un attore brillante, istrionico, bravo, le sue pagine ce lo confermano.
Anche se questo libro è dedicato alla rabbia e alle sue manifestazioni, ci piace comunque sottolineare la fragranza e la luminosità dell’ultimo racconto, dedicato alla Reina di Camambour, un racconto sontuoso come un quadro che ci affascina, pieno di colori e sapori, e insolitamente festoso, visto il tono invece piuttosto acidulo del resto del libro. Viviamo quest’ultimo racconto come un omaggio di Morettini al lettore, che senz’altro l’autore vede come lo vedeva Baudelaire. Ma al di là del tradimento e della colpevolezza di chi legge, sta la felicità della scrittura in chi scrive, qui così comunicata e condivisibile. Nella montagna di inutili parole dalle quali siamo invasi, fa piacere ritrovare il piacere e lo scherzo di scrivere, e la brillantezza, che sicuramente sarà anche dell’autore.
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