• Poesie
Pagine: 120

Amuri e vadditi

u duluri àutri nomi non nni sapi
si vota sulu s'o chiami duluri

*

il dolore altri nomi non ne sa
si volta solo se lo chiami dolore

 

Prefazione di  Luigi Lo Cascio

Confesso che proverei un certo disagio a parlare di Angela Bonanno col distacco che di solito si conviene ad una prefazione.
Ecco perché nelle prossime righe, sperando che non vi suoni troppo confidenziale, continuerò, come ho sempre fatto, a chiamarla per nome.
Non avendo una competenza adeguata per presentare, seppur succintamente, una vera e propria lettura critica, proverò ad isolare alcune delle impressioni che ho avuto, sia come lettore silenzioso e appartato che come esecutore ad alta voce dei testi di Angela (già sul­l’intensità del volume da utilizzare per pronunciare i suoi versi andrebbe previsto un capitolo a parte, visto che in queste poesie il più piccolo bisbiglio è un urlo ed ogni grido si fa strada dentro il corpo di chi legge in forma di sussurro o di brace di soffio).
In alcune occasioni pubbliche ho infatti avuto la conferma di quanto le sue parole siano sempre sottili e preziose senza però rinunciare mai alle qualità più ardue della semplicità e dell’immediatezza. La densità emotiva di queste liriche s’impone subito all’attenzione del lettore contando soprattutto su due elementi che lavorano all’unisono: la corda arguta di un dialetto che sembra completamente rinnovato dalla natura inedita delle situazioni ritratte (e che, viceversa, grazie alla suggestione che si ricava da una provenienza verbale remota, lavora le vicende dal di dentro fino a dischiuderne valenze inaspettate) e, insieme, l’impatto fulminante che questi piccoli traumi (piccoli ma laceranti perché inconfutabile indizio dell’altrui disamore e per di più ripetuti come goccia che scava la roccia) affidano alla rapidità dell’espressione.
Angela mi regalò nel 2004 il suo primo volume di liriche dal titolo “Nuatri”. Con questa raccolta aveva vinto la I edizione del premio letterario nazionale Salvo Basso, per la sezione ‘poesia inedita scritta in uno dei dialetti d’Ita­lia’. Il libro mi conquistò all’istante. E la velocità con cui ne divorai le pagine era in parte legata alla vena umoristica che ovunque traboccava.
Un sorriso amaro, si sa, quello che l’umo­rismo provoca. Non ci può essere scherno là dove il lettore riconosce anche come propri i dubbi, le contrarietà, le debolezze che portano la nostra protagonista a subire continuamente i soprusi del suo oggetto d’amore. Si sorride dell’ostinazione del desiderio che insegue una meta non più irraggiungibile (e dunque contro la tradizione che vorrebbe l’amante sospinto verso un bene che sempre gli sfugge malgrado la continua passione di ricerca) ma scivoloso, che si lascia toccare, prendere per un attimo, ma mai possedere definitivamente e che inoltre si dimostra distratto sempre da tutt’altro.
L’oggetto amoroso non solo è indifferente, ma, cosa ancora più lacerante, in quei pochi istanti in cui si fa agguantare, mostra tutta la sua vacuità così da produrre un terribile moto di delusione; la persona su cui s’appunta il desiderio esibisce i suoi limiti, ma non per questo permette all’amante di sottrarsi al giogo della propria passione. A questo amore (che ci padroneggia, che ci reclude e che costantemente fa a brandelli l’orgoglio) non si sa rinunciare. Resta solo, come forma di estrema guerriglia, il gusto di sorridere di quella forza misteriosa che, chissà perché, ci fa ripetere continuamente lo stesso errore e ci costringe ad esporci rischiosamente sul bordo di un precipizio.
Sudditanza alla cosa amorosa, si diceva, ovvero quel non sapersi opporre, se non in seconda battuta, al canto delle sirene, cui si risponde solo quando torna la parola, dopo la silenziosa masticazione del dolore, in forma d’inatteso verso. Mai che nasca un’invettiva, una bestemmia diretta a ciascuna delle divine incarnazioni con cui eros le appare per sedurla e perderla. Anzi, la conclusione è sempre avversa a se stessa: non trova altra immagine per ritrarsi, Angela, che quella dell’inutile polvere che con un gesto pigro viene smossa e cacciata a distanza. E l’omicidio è solo espresso e accarezzato come sfogo vocale, visto che l’urlo è più intonato alla minaccia senza effetto che non alla concreta esecuzione.
Questi epigrammi lirici somigliano ad acuti ritornelli che canticchiano senza sosta la domanda su come si sia potuti giungere a tal punto, e, contemporaneamente, approfittando dell’inarcamento procurato al volto dal sorriso, sciolgono blocchi ed incitano ad un cambiamento che forse non potrà però avvenire.
Il procedimento adottato è quello dell’au­toumorismo, visto che l’occasione del sentimento di commozione che segue al riso è provocata nel lettore dalle peripezie della scrittrice stessa.
L’aculeo finale dell’epigramma graffia ed incide innanzitutto la carne delle viscere di Angela Bonanno, che sa di non rischiare il ridicolo proprio perché l’ascoltatore attento non commetterà l’errore presuntuoso di sottrarsi egli stesso ai fendenti inferti dai versi affilati. È proprio dell’umorismo un senso di comunanza e di condivisione. Angela irrompe in scena nell’istante in cui balena la scissione. La dissonanza non è nascosta (per paura che si possa sembrare patetici) ma rappresentata con mossa fulminea prima che ne tramonti la sorpresa. In ciò consiste la sostanziale immediatezza della lingua di Angela: ci troviamo sempre nel luogo in cui comincia, mai premeditata, l’intuizione emotiva che si accompagna al dubbio e al contrasto.
Non si preoccupa di ritrarsi così com’è, con le ferite aperte nel corpo ovunque dal doloroso stilo che in pene d’amore la squarcia. Le mostra queste fratture, conta con noi i frammenti più piccoli delle ossa frantumate: con piglio diagnostico e radiografico, è più forte il desiderio di farsi trasparente che non quello di atteggiarsi in un falso decoro. E non nasconde, né a sé né ai suoi lettori, quei comportamenti che possono farla apparire talmente fragile da sembrare quasi stupida: quella sua capacità di umiliarsi, di lasciarsi schiacciare, di mostrarsi devota a colui che comunque la ignora, come quando la vediamo restare in un bar per ore e ore (come racconta in ‘Cu sapi quannu’) finché un cameriere stremato non è costretto a metterla alla porta.
Quanto alla brevità, vengono in mente i frammenti dei lirici greci. In quel caso è stato il tempo a scorciare il superfluo, a smagrire e snellire la forma fino a distillarne il succo. Così sono arrivate a noi le sillabe sopravvissute, quelle che darwinianamente hanno saputo contrastare i morsi che le parole nuove hanno azzannato, riuscendo in tal modo a farsi largo nel tempo impoverito dell’ovvio e della chiacchiera.
Questo lavoro che assottiglia il sentimento per cavarne l’essenza, Angela lo fa da sola, col piglio intransigente di chi arriva senza preamboli al dunque. Spezzettando in versi e frantumando ogni riga in molliche di suoni, a volte in semplici accenni di note avverbiali o prepositive, la lingua è sottratta all’eccesso e al vaniloquio. Inoltre si affida all’intertempo tra un verso e l’altro il compito di consentire al corpo di trovare quella posizione da cui può scaturire la parola. La mimica, l’impulso al movimento, la reazione gestuale ad un avvenimento interno, ad un trasalimento della coscienza (e viceversa le turbolenze che presidiano i nostri garbugli carnali condizionando la genesi dei sentimenti), non sono deviati fuori dalla pagina, come fossero scorie da eliminare a favore della purezza del canto. Il corpo è lì, con i suoi ingombri e i suoi imbrogli, che si contorce in spasmi o vuoti d’aria per intercettare l’esattezza di una formula che racchiuda, in estrema concisione, tutte le ragioni incluse in uno scoppio di passione.
Ed ora questa nuova composizione. Non vi nascondo che leggendo “Amuri e vadditi” ho provato all’inizio, non dico un vero e proprio disagio, ma, comunque, sicuramente un senso di spiazzamento e di sorpresa. Il fatto è che non mi sembrava di ritrovare alcuna traccia di sorriso. Mi pareva di ravvisare invece un senso di lontananza, quasi un addio annunciato da Angela a se stessa, che al principio non mi facevano entrare in quei versi più recenti con il trasporto assoluto che mi aveva rapito nella sua prima raccolta di poesie. Ma già alla seconda lettura rimanevo folgorato e più evidente si faceva lo scarto in avanti di questa produzione così ossuta. Non è più importante, sembra dirci Angela, il suo piccolo strazio privato, la mia storia quotidiana di illusione e abbandono. Adesso so (così pare volerci suggerire) di non essere la donna sfortunata in amore che sa comunque divertirsi della sua stessa sorte. In realtà il mio patimento è soltanto una scheggia di sofferenza che appartiene al dolore universale…
Di questa condizione, ovunque pervasiva, si riconosce e annota l’esistenza perpetua senza che ci si possa spingere a chiarirne le motivazioni, che infatti permangono in figura d’enigma. Il dolore trascorre dappertutto. Lo si trova nel pianto di un fiore, nel lutto d’altri uomini, seppure sconosciuti, addirittura nel cuore segreto delle cose, tanto da suggerire che il male non sia prerogativa esclusiva della vita ma che radichi il suo illimitato repertorio di forme ed estenda i suoi domini in tutto l’Essere, persino nella stasi apparente degli enti inanimati (piovono pietre e il cielo talvolta divora le montagne). È come se il dolore fosse una condizione che precede l’uomo. Le vite che prendono posto sulla scena del mondo sono incaricate di portare una certa quota di sofferenza. I poeti sono quelli che sostengono lo strazio senza potere contare sulla calma di alcun intervallo, ma hanno un vantaggio, un accenno di rimedio, rispetto agli altri uomini: sono in grado di opporsi e contrastarlo con l’arma della scrittura.
Quando Angela esaurisce la quota di dolore che proviene dalle vicissitudini e dai lutti delle pene d’amore deluso, ecco che accoglie in se lo strazio persino di chi non sa di averla accanto, una rosa, appunto, che non ha fiorito, e che travasa in lei l’arsura fino al pianto, oppure i dispiacere dei vicini di casa, di cui diventa commensale in ombra. In effetti, già ‘Nuatri’ finiva con una forma di resa, descritta dall’umore astenico e depresso, dal corpo gettato sul divano senza forza nemmeno per lontani progetti di sia pur minima movenza o intento. Sulle carni aveva inferto tagli per provare a confondere il dolore con altre cause (se solo si fosse attenuato per un istante il male arrivato da fuori o dall’intimità ferita, lo si sarebbe sempre potuto convocare lacerando i piedi scalzi con piccoli cocci di vetro sparsi sul pavimento) e l’inedia era solo interrotta dai morsi alla pancia capaci di fare dei visceri un buco.
E questa cosa che resta aperta adesso si è consolidata in “Amuri e vadditi” e ha preso la forma di una bocca dalle labbra strette, quasi serrate, una sottile sconnessura, una faglia del terreno che continua ad emettere suoni non più di lamenti conclusi nel piccolo raggio che basta allo sfogo ma d’essenza simile al vaticinio, o comunque, visto che questi asserti quanto a definizione e precisione hanno il carisma della certezza, si avvicinano a frammenti di sapienza dettati da luoghi ed istanti remoti. Angela si conquista l’anima di cosa. Dal soffio che nasce nel gorgo dell’inorganico può ancora prodursi, quasi per distrazione del caso, qualcosa che assomiglia alla vita, al suo segreto, ovvero al dolore che tutto in sé conclude. Quasi sparita la narrazione, lasciava il posto, già nelle liriche passate, a più essiccate situazioni.
Adesso, a drenaggio ultimato, rimane soltanto la cruda presenza di un solo movimento o addirittura di un unico atto già in sè totalmente compiuto: poesia che non ha più bisogno di aneddoti, di scene tramate o antefatti ma tutta si staglia e sbalza semplicemente nel corpo di un gesto. Asciutta e nervosa la forma si mostra in accenni essenziali di vita. Non più gesticolio consegnato alla posa per offrirlo agli sguardi di un teatro, sia pure destinato al sorriso che non trova pace e soluzione, ma fremito in unica postura, fissa, irrevocabile, come se potesse esistere in natura, condensata e assoluta, una furiosa irrequietudine di marmo. L’impulso mimico non serve a convertire in arte le piaghe del cuore prodotte dai lutti personali; adesso ci si trasforma in altri corpi compressi o svuotati o distorti dal peso di un dolore che non ha requie né tregua, un dolore che si presenta alla mensa della vita con la stessa inesorabile, indiscussa sussistenza del pane quotidiano, pane che va preso così com’è, senza se, senza ma. Viceversa, capita che a volte sia il carico di patimento della scrittrice ad essere insopportabile. E allora ci sarà bisogno di qualcuno che presti il suo corpo per sostenere una parte. Il dolore, che in Nuatri sembrava riferirsi soltanto alla sofferenza d’amore della nostra protagonista, diventa adesso un colosso proteiforme che decide di incarnarsi in figure sempre diverse, usurpando la sostanza di tutti gli oggetti presenti in natura. Disillusa la speranza che irradiano i calendari, i versi repertano gli avvistamenti del male, tracciano diagnosi di poche, succinte, essenziali righe, ma escludono che sia possibile l’anamnesi o la cura: né memoria di cause ed origini, né progetto di guarigione, dunque.
Resta la sensazione che il dolore ci condanni al presente di un pianto prosciugato, di un urlo che pietrifica in esterno.
Il senso di fluttuazione e indecisione presente in Nuatri, cedendo ad esso il posto alla certezza, quella di un’infelicità avvertita dovunque, permette di sottrarre una certa dose di inquietudine, proprio perché, non più smarrito nell’indecisione, il cuore a questo punto non dispera. Pur nel patimento, si riduce perlomeno ad unità l’incoerenza della vita. La voce è più impersonale (non più io, noi, nuatri, ma ‘essi’, noi come fossimo essi.
Accantonando il mio, il tuo, il nostro, si va verso un’oggettiva trasparenza del male e dell’inquietudine) e canta il dolore universale che si sprigiona da ogni forma di vita. Non solo il poeta è più prossimo a se stesso proprio nell’atto di demolire l’espediente della duplicazione che permette di guardarsi e assolversi. Ma con un’unica mossa, abbrevia la distanza tra sé e il mondo circostante, con cui solidarizza in virtù di un comune destino di dolore.
L’esaltazione, dell’estro vulcanico, deriva dal colmo di gioia che può provenire da tutto ciò che si impone con grandiosità e che costringe all’eccesso. Quello che sembra distacco, distanza, lontananza, è soltanto l’esito di uno sguardo più verticale che non si insinua solo nelle camere oscure dell’io, ma che vede dovunque la macchia che tutti coinvolge nel folto.
Nell’oltrepassamento dell’umorismo, seppure si perde la possibilità di sospendere, di revocare la sofferenza, si conquista un affievolimento della contraddizione interiore, della scissione.
Ciò è dovuto proprio all’acquisizione di una consapevolezza, di un sapere, a cui è pervenuto lentamente il soggetto. La sofferenza non avrà bisogno dello scherzo per essere schivata o sopportata, ma conterà sulla volontaria ricerca del dolore (in tutte le forme in cui si manifesta in natura) per affermarsi senza schermature provvisorie. A volte uno scoppio di risa può dare la sensazione di possedere una certa quota di sapienza che in realtà viene oscurata proprio dall’azione di cesura di questo intervallo convulsivo. Ridendo si può rischiare di non assumere fino in fondo la gravità di un’esperienza dolorosa. In tal modo si occulta la realtà di quella soddisfazione, di quella gioia che si produce proprio nell’istante in cui si è totalmente implicati in un destino di dolore.
Più presocratica Angela in “Amuri e vadditi” che non riferibile (come si diceva per “Nuatri”) ai lirici greci, perché la lingua si è andata a collocare nel luogo in cui si è originata non tanto la grammatica emotiva dei primi poeti d’occidente, quanto il laboratorio che ha visto nascere sintassi e lessico della riflessione filosofica. Angela non si limita ad esplicitare una sensazione, uno stato d’animo, una condizione. Piuttosto la frase diventa occasione di un giudizio, ora implicito ora sottinteso, sulle premesse che hanno permesso di arrivare a tanto. Lapidaria è la forma che affretta il termine di un’esperienza, per introdurla, così compiuta, nell’incontestabile precisione di un destino. Più una sentenza che non un aforisma.
La sentenza, difatti, non è semplicemente una massima, una norma da accettare così, per partito preso, si tratta piuttosto di un provvedimento subito in prima persona e scontato su di sé per esperienza. L’epigrammaticità si sposta dunque dall’arguto al tragico. Si va verso la constatazione di una soggettività corale: dal Nuatri come noi due, al Nuatri come noi tutti. Più cognitiva (e relativa a quella particolare espressione della sapienza contenuta nella tragedia greca) che non sentimentale, questa poesia, ma non per questo più fredda, ché se di pietra di tratta, di parole aguzze come scaglie affilate, queste sono sempre accese e temprate nell’incandescenza della lava. Così si scolpiscono gli eventi in iscrizioni millenarie che sembrano provenire da quell’istante in cui cominciò l’impulso del tempo a farsi forma. E solo richiamandosi all’originario, come fa questa lingua prosciugata e attenta a contrastare l’ovvietà del dato di fatto, lo stile stabilisce le ragioni del proprio compimento.

Luigi Lo Cascio
 
 
9788861783058febbraio 2009
11.00 EUR

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